Stop

Quando nel lontano 2003 decisi di aprire il mio primo blog i social network non erano ancora nati ed i circuiti di blogging offrivano l’esclusiva possibilità di scrivere e condividere allo stesso tempo pensieri di qualsiasi genere.

Non era peraltro difficile come oggi l’apparire nei motori di ricerca. Se oggi tocca studiare pagine e pagine di informazioni inerenti le tecniche SEO e soprattutto pagare per avere un minimo di visibilità all’epoca senza grossi sforzi riuscivo a raccogliere dalle 80 alle 200 visite al giorno parlando semplicemente di cazzate, un po’ come oggi facciamo con Facebook. Mi limitavo a curare le “pubbliche relazioni” leggendo e commentando i blog dei  miei lettori più affezionati dedicandovi pochi minuti al giorno e bastava questo per tenere accese le luci e per alimentare rapporti amicali che in alcuni casi sono sfociati anche nella vita reale. Poi vennero una storia sentimentale sfortunata con una ragazza conosciuta proprio tramite quella piattaforma e soprattutto Facebook e la rivoluzione social che travolsero quel sitarello e gran parte di quelli dei miei ex compagni cambiando radicalmente il modo di fare “blogging” e trasferendo gran parte di quelle esperienze nel calderone malefico dei social.

Ho aperto “Generazione Omega” come palestra di scrittura e non ho mai avuto grosse illusioni in merito ai numeri che avrei ottenuto alla luce del fatto che l’argomento trattato è effettivamente di nicchia. Ma sette visite in un mese scoraggerebbero anche il più ottimista degli scrittori se è vero che il tempo che dedico all’aggiornamento di questa pagina è sottratto ad altre attività che potrebbero portarmi maggiore visibilità. A tal proposito potrei realizzare l’idea di realizzare un e-book gratuito dedicato al mondo dei call-center che, come ho più volte detto nei miei scritti, sarà pure una dimensione lavorativa come tante, ma rappresenta un modello identificativo di un’epoca come lo erano le fabbriche negli anni ’60-’70.  O forse, più verosimilmente, scriverò qualcosa che ho in mente da tempo relativamente ad un argomento, il calcio, molto più popolare e su cui ho forse ancor più cose da dire.

Ad ogni modo il blog smetterà di essere aggiornato ed in fin dei conti chiude avendo comunque adempiuto alla sua funzione perché mi ha aiutato a constatare che la mia scrittura può ancora permettermi di creare qualcosa di diverso dalle attivazioni appannaggio della mia azienda e dalle quotidiane pratiche di reclamo che apro per denunciare anomalie, frodi e mancate lavorazioni di colleghi che si nascondono dietro una cuffia.

Lascerò comunque in linea la pagina perché come accade in natura tutto ciò che è non si distrugge, ma torna a vivere sotto altre forme e probabilmente con differenti prospettive di visibilità.

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Un macabro messaggio dal mondo onirico

Credo di aver già citato nei post precedenti quello che ormai da anni costituisce un mio sogno ricorrente: l’essere ancora impegnato negli studi universitari, con degli esami che puntualmente mi accorgo di non aver sostenuto al punto dal ritrovarmi a studiare affannosamente per riallinearmi con la convinzione di aver raggiunto il traguardo (platonico) della laurea. “Allora era tutta un’illusione? Mi tocca tornare sui libri? Non avevo già svolto l’esame di economia politica?” Esclamazioni ricorrenti che annegano nei fumi del sonno ed in cui ho imparato a leggere messaggi provenienti dal subconscio dal contenuto, nella fattispecie, fin troppo intuibile.

L’illusione coltivata negli anni degli studi di poter ambire ad una realizzazione professionale all’altezza delle mie attese è riuscita a cristallizzare quegli attimi in cui ero alle ultime curve prime del traguardo della laurea riproponendomeli a distanza di più di dieci anni con cadenza quasi quotidiana malgrado razionalmente abbia abbandonato non da ieri l’idea di poter “morire” lavorativamente in un posto diverso da quello in cui attualmente opero e invecchio.

Eppure…

Eppure stanotte, o meglio, stamattina, nelle ultime ore del mio sonno domenicale ho sognato molto nitidamente il chiostro della mia università, luogo dove solevo studiare nelle giornate primaverili e dove ho scattato una delle foto celebrative dopo la proclamazione. Invitavo alcuni miei familiari (molti dei quali assenti all’epoca) a raggiungermi per festeggiare insieme il raggiungimento della tanto agognata laurea. Niente più esami o libri da studiare insomma. Ce l’avevo finalmente fatta.

Ho dato a questo sogno un peso non diverso da quello che attribuisco a quelli inerenti il risultato di una partita di calcio, un’avventura erotica o una vacanza in un luogo mai visitato. Poi, dopo una domenica stranamente inquieta in cui inspiegabilmente ho percepito in pericolo equilibri emotivi che credevo ormai stabili, nel silenzio della sera una voce crudele mi ha sussurrato all’orecchio una domanda inquietante.

“E se stanotte dopo quella della ragione fosse morta anche la speranza del cuore?”

Se questo è il giornalismo…quasi meglio il mio mestiere

L’intervento di stasera sarà breve, ma coinciso e ricco di significati.

Da bambino sognavo di fare il macchinista, poi con l’emersione della vocazione letteraria ho iniziato a coltivare il sogno del giornalismo. Mi sono iscritto a Scienze Politiche grazie all’ingenua illusione di potercela fare armato solo della mia capacità di scrivere e con l’imperdonabile peccato originale del non aver mai avuto la tendenza al compromesso e soprattutto alla ruffianeria.

A distanza di 19 anni dalla mia immatricolazione e di 11 anni dalla mia laurea, per quanto il lavoro che svolto attualmente non mi piaccia (eufemismo) e vada del tutto contro i miei principi e, lasciatemelo dire, le mie capacità giacenti (e marcenti)  affermo con sempre maggiore convinzione che sono ben felice di non aver intrapreso la professione giornalistica, o meglio, quella che è oggi la professione giornalistica. Dico questo perché, sempre a proposito di principi, speculare sul dolore altrui è qualcosa che a mio modo di vedere rasenta l’abiettezza.

Sono circa cinque anni che ho maturato questa convinzione che, in parte, mi alleggerisce dal quotidiano peso della non realizzazione. Oggi ritrovando sulla prima pagina di un sito d’informazione la foto di due genitori disperati che, al cospetto di un treno deragliato, assistevano ai disperati soccorsi che di lì a poco gli avrebbero restituito la salma della figlia ho provato fra il disgusto e la tristezza anche un senso di sollievo. Non era la prima volta (gli atti di spettacolarizzazione del dolore sono oramai all’ordine del giorno) e non sarà l’ultima, più si va avanti e più le nostre vite divengono becchime per una pletora di soggetti che si nutrono morbosamente di emozioni esposte in bancarella.

Doveva andare così, dovevo finire dove mi trovo attualmente. Che uomo mi ritroverei ad essere se gli eventi mi avessero condotto a scrivere peana a comando, ad alimentare emergenze mediatiche create a tavolino o, appunto, a violentare i sentimenti della gente mettendoli in piazza in cambio di qualche clic?

Perciò mi sforzo di credere che se questa era l’unica strada percorribile prima o poi ci deve pur essere una deviazione. E, per la cronaca, se avessi fatto il macchinista in questi tempi di tagli e di fatiscenza infrastrutturale forse non mi sarebbe andata poi tanto meglio.

La vittoria di Pirro del ritorno alla fatturazione mensile

Sono tanti i mestieri ingrati che richiedono l’ammissione di scomode verità. Per carità, non mi metterei neanche per un minuto nei panni di un medico che deve comunicare una diagnosi infausta o di un carabiniere chiamato a scovare i parenti di una persona rivenuta cadavere e francamente proprio il pensiero che esistano codeste realtà mi dà forza ogni qualvolta mi ritrovo alle prese con le mitiche “manovre tariffarie”, termine edulcorato dell’ “incu*ata” (chiamiamo le cose per nome) con cui si scaricano sulla clientela aumenti di costi decisi dalle aziende telefoniche.

Le facoltà di marketing sfornano profili formati per inventarsi modi il più possibile leciti di spillare soldi alla gente. A volte questi metodi sono diabolicamente ingegnosi ed è il caso della fatturazione a 28 giorni, una trovata mutuata da quel mondo anglosassone in cui rette, affitti, ma anche salari sono calibrati su base settimanale. Quando però ci si mette di mezzo il diavolo, nella fattispecie nelle vesti di un provvedimento governativo dal vago sapore pre-elettorale, al fine ingegno si sostituisce quella bassa reazione di pancia per cui non ci vuole certo una laurea o un ventaglio di masters collezionati in giro per il globo: in altre parole, non vuoi che ti frego con un gioco di prestigio? Allora alza le mani e molla l’osso perché la seconda opzione dopo le buone maniere sono….le cattive maniere!

Le aziende di telefonia, recentemente obbligate a ritornare alla fatturazione mensile, hanno infatti adottato l’unica strategia che ci si poteva aspettare a rigor di logica: aumenti tariffari decisi unilateralmente con la possibilità per gli utenti scontenti di recedere senza costi rivolgendosi ad altro gestore. E’ questa la presa per il sedere numero uno perché come ben sanno tutti coloro che conoscono un tantinello il mondo della telefonia i gestori fanno cartello adottando tutti la medesima strategia. Quindi se non ti sta bene subire un aumento che sembra aggirarsi attorno all’8% su base mensile abbandona la tua promozione internet sul cellulare e la tua adsl di casa ed affidati ai segnali di fumo o al massimo all’addestramento di piccioni per comunicare con fidanzata o genitori o per sapere i risultati del campionato inglese (e qui la vedo dura visto che i volatili nostrani per le migrazioni preferiscono solitamente il sud).

Ma c’è un qualcosa di follemente divertente in tutta questa storia e corrisponde ad un “suggerimento di risposta” che le aziende stanno comunicando ai propri operatori a mo’ di versione da “rigirare” ai clienti che nei prossimi giorni tempesteranno i call center di chiamate di protesta per l’ennesima “suppostina”. Ebbene, e qui parlerei di presa per il sedere numero 2, i clienti dovranno sapere che su base annua non subiranno aumenti (sic) e che quindi la manovrina è assolutamente indolore! In altre parole il fatto che pagheranno annualmente la stessa cifra che avrebbero pagato con la fatturazione a 28 giorni (che creava in un anno circa un mese di tariffazione  in più) spillandogli quindi dalla tasca l’equivalente di questo “tredicesimo mese” dovrà passare per una concessione, o meglio per un risvolto assolutamente trascurabile. Peccato che nelle e-mail ufficiali non vi sia traccia di suggerimenti inerenti le risposte da fornire ai clienti dotati di un minimo di sale in zucca che fiuteranno l’inganno ed a chi toccherà il compito di barcamenarsi con acrobazie dialettiche al cospetto delle rimostranze di un’utenza legittimamente inferocita? Ma che domande…a noi!

E sia a noi poveri operatori condannati a fare da araldi sia alla clientela resta una sola strada: quella della filosofia. In fondo, volendo essere più realisti del re, le catene ce le siamo messe da soli rendendoci schiavi a oltranza dell’iper-comunicazione, della connessione h24 che ci fa sentire privi d’aria quando non siamo collegati al web o ancorati al nostro dispositivo multimediale e le aziende non fanno altro che approfittare di questa posizione di forza un po’ come i paesi produttori di petrolio fanno in un contesto globale ancora fin troppo dipendente dall’energia fossile. I prezzi cari “inferiori” (concedetemi un po’ di slang fantozziano) li decidiamo noi, e magari facciamo pure una mezza dozzina di guerre per salvaguardare le nostre posizioni sullo scacchiere mondiale.  Semplice, no?

Suggerisco a tal proposito un libro che ho appena acquistato e che leggerò a breve, “Demenza digitale” di Manfred Spitzer, ma invito soprattutto a svolgere un accurato lavoro su sé stessi finalizzato a prendere il più possibile le distanze da chi specula sulle umane debolezze per costruire e soprattutto salvaguardare i propri imperi con l’aiuto delle folli logiche di quella che è oggi l’unica ed onnipotente religione mondiale: il sommo ed indiscutibile libero mercato.

 

Un incubo chiamato “Sala mensa”

Il mio lavoro? Cinque ore e quarantacinque minuti al giorno di ascolto coatto a 360°. Clienti, ma anche colleghi perché alle lamentele, domande e denunce di inganni e frodi dei nostri interlocutori vanno aggiunte le decine di voci provenienti dall’ambiente di lavoro in cui si fondono le repliche stridule delle colleghe dal mestruo facile alle prese con clienti particolarmente ostici, i dialoghi scanzonati fra chi è in pausa ed il nullafacente itinerante che passa a salutarlo o finanche le urla baritonali di chi pensa che interloquire col supervisor da un capo all’altro della sala costituisca il miglior mezzo di trasmissione delle informazioni operative. Un miscuglio di decibel infernale, insomma, e quando nel quarto d’ora di pausa 626 viene sapientemente collocato il malefico briefing operativo le ore di “passività” divengono sei lasciando quindi al riposo esclusivamente la mezzora solitamente destinata al pasto, sempre che il turno la faccia coincidere con l’orario giusto, si capisce!

Non avendo una sala mensa il cibo viene portato da casa o acquistato al momento in uno degli esercizi della zona. Molti colleghi approfittano dell’occasione per riunirsi e chiacchierare, scelta più che legittima in un contesto dove nel tempo restante c’è poco spazio per la socializzazione. Personalmente tendo però a preferire la solitudine, non foss’altro che per concedere una tregua alla mia mente lasciandola riposare durante il pasto, cosa peraltro buona e giusta in qualsivoglia situazione dato che  durante l’atto del mangiare dovremmo interamente dedicarci ad esso.

Se a questo ci aggiungiamo che le tematiche preferite dalla media dei dipendenti della mia azienda (che per l’80% sono donne di cui la maggioranza con marito e prole) sono figli, divorzi e lamentele sindacali allora anche i residui dubbi su una mia ipotetica asocialità patologica vengono a cadere.  Eccomi allora cercare con rigorosa perizia tavolini completamente vuoti e possibilmente lontani da altri già occupati per poi  sistemare puntualmente le mie cose sul piano secondo le logiche inconsce del linguaggio del corpo, quindi ponendole a mo’ di barriera atta a scoraggiare eventuali avventori dall’occupare uno degli altri posti liberi.

Nulla di complicato, tranne che quando il turno vede la pausa mensa collocata fra le 13 e le 14, ergo nell’intervallo in cui si concentrano le pause della maggioranza dei dipendenti (alcuni dei quali hanno turno fisso). Qui fare gli schizzinosi può costare il salto del pranzo, sempre che non si voglia mangiare in piedi o tentare di farlo di nascosto in postazione col rischio di beccarsi un richiamo.

Ma io resisto, nella mia ricerca disperata di un salvifico silenzio ricaricante. Dribblo la falange di quarantenni starnazzanti con una finta di corpo, slalomeggio fra cartoni per pizze e contenitori odorosi di cibo riscaldato che mi riportano alla mente i tempi della scuola materna e, pur dinanzi ad un’evidente tutto esaurito, resisto quindi alla tentazione di sedermi al tavolino col collega anch’egli solitario che però usa mangiare a bocca aperta neanche fosse un’alpaca. A tal proposito nei giorni scorsi ho dovuto inventarmi la ricezione di una telefonata per alzarmi ed allontanarmi dalla saletta quando lui è venuto a sedersi baldanzosamente al tavolo affianco con l’intento di gustarsi ruminando il suo consueto panino al prosciutto.

Meglio allora condensare il pranzo in 10-12 minuti invece che nei 30 canonici. Le fantozziane corse contro il tempo sono in fondo un’insana abitudine dell’impiegato sfigato che resiste alle metamorfosi del tempo; il nostro stomaco non ne sarà felice, ma la mente ringrazierà ed è con lei che ho il maggior debito visto ciò che le faccio patire da dieci anni a questa parte.

 

La dolce utopia della remigrazione

Nel post precedente ho accennato al mio avvicinamento alle filosofie orientali, processo non nato di punto in bianco, ma scaturito da un lavoro introspettivo che sto svolgendo da un po’ nell’ottica di un percorso personale di costante crescita mentale e spirituale. Non sono tipo da rinchiudermi nel recinto di una dottrina ben precisa (l’unica in cui mi riconosco è quella, molto generica, del panteismo naturalistico), ma riconosco senza troppi dubbi che correnti come il buddhismo e lo shintoismo sono  molto più sagge di quelle religioni monoteistiche che hanno il solo fine di imprigionare l’uomo e le sue possibilità evolutive allontanandolo inesorabilmente dalla dimensione naturale e dalle logiche primordiali che sono alla base dell’esistenza nostra come di ogni altro essere vivente.

Mi concedo questa divagazione iniziale per introdurre un accenno a quello che è uno dei miei pensieri costanti più nobili e rasserenanti che, come tale, utilizzo come calmante prima del sonno o in quei momenti di particolare agitazione che richiedono brevi ed “artigianali” pause meditative: la remigrazione.

In periodo pre-elettorale tale termine può non risultare nuovo a chi non si limita ai dibattiti televisivi approfondendo la propria informazione politica anche oltre gli steccati che separano gli schieramenti “politicamente corretti” da quelli che almeno a parole si battono ancora per termini ahinoi obsoleti come radici, identità, popoli e nazioni.

“Remigrazione” è il fenomeno opposto a quello che sta annientando tali componenti attraverso i moti innescati dalla cosiddetta globalizzazione. Sarebbe un’utopia, vero, come la ricomposizione di un puzzle di cui abbiamo ritrovato dopo anni le tessere sparse in soffitta fra mille altre cose. Eppure riabbracciando i suoi figli perduti il nostro paese ritroverebbe energie e saperi corroborati da utili esperienze e soprattutto da un sentimento di appartenenza accresciuto dal cimento della distanza forzata. Cosa potrebbero diventare i nostri borghi ed i paesini dell’entroterra, oggi condannati a morte lenta grazie ad uno spopolamento costante che li sta rendendo simili a quelle tristi bomboniere chiuse in una boccia di vetro, se le giovani generazioni avessero la possibilità di tornarvi per farvi imprenditoria, artigianato o agricoltura in condizioni accettabili? E che impulso ritroverebbe la nostra economia distrutta da trenta e più anni di politiche certosine dettate dalle folli logiche del liberismo (e di conseguenza dalle mostruose creature sovranazionali che hanno reso dei meri re travicelli lo stato ed i suoi organi, vedi parlamenti o banche centrali), o magari quel settore turistico che stiamo svendendo e/o affidando a soprintendenti francesi e tedeschi a dispetto delle fiumane di laureati in discipline inerenti i beni culturali che produciamo annualmente?

Mi piace immaginare un’Italia restituita a quei milioni di suoi figli costretti alla fuga da esigenze lavorative (la maggioranza) o finanche dalla semplice ricerca di condizioni civiche, economiche, burocratiche, sociali più accettabili per un cittadino onesto e virtuoso. L’assunto che oggi i migliori se ne vadano, e parlano le statistiche inerenti i laureati italiani diretti all’estero, venendo spesso e volentieri sostituiti da elementi allogeni senza né arte né parte è purtroppo un’amara realtà ben lungi dalla demagogia da campagna elettorale attribuita faziosamente ad alcune parti politiche “politicamente scorrette” da giornalisti, papi o sedicenti intellettuali.

Ma mi addolora ancor di più l’idea che molti di questi miei coetanei, laureati ed a volte persino dotati di ulteriori titoli, finiscano in suolo straniero a servire pizze e caffè (o meglio, quelli che all’estero chiamano tali) o, come una ragazza che conobbi in Svizzera l’estate scorsa, a lavare gli androni dei condomini mitteleuropei. Fiumi di talento e di saperi prodotti e perfezionati in Italia (peraltro con un costo) finiscono in Germania, Inghilterra, Svizzera, Stati Uniti, Belgio a svolgere lavori sicuramente dignitosissimi (e lo dico cedendo anch’io al politicamente corretto…), ma, e qui faccio marcia indietro tornando me stesso, mortificanti per chi ha studiato, quindi investito, per fare altro.

Certo, ci sono anche coloro che ce l’hanno fatta riuscendo a ritagliarsi un lavoro realmente in linea con le proprie aspirazioni e competenze e magari alcuni di essi sono anche ben lieti di dove sono e della vita che hanno costruito in quel loco. C’è insomma chi tornerebbe e chi invece non lo farebbe neanche al cospetto di un’Italia risorta; in entrambi i casi possiamo comunque parlare di un capitale perso appannaggio di un altro paese, magari uno i cui rappresentanti politici vanno poi dicendo in sede istituzionale che dilapidiamo i soldi in alcol e donne…

In ogni modo la fantasia di restituire l’Italia, un’Italia logicamente diversa da questa, a coloro che vivono lontano dalle nostre miserie e, viva Dio, dalle nostre ancora sopravviventi eccellenze e che ne sentono la nostalgia ha il potere di assopire per qualche istante i fuochi del mio animo inquieto e ribelle. E la convinzione, amara ma “elevata” che ne deriva è che in un siffatto contesto anche noi resistenti, rimasti qui a dispetto di tutto faremmo a pieno diritto la nostra parte in quella che sarebbe una sicura, reale e maestosa rinascita territoriale.

Anno nuovo, vita vecchia e nuovi propositi

Una settimana nei boschi della Lorena, fra passeggiate, birdwatching e tanta neve, mangiando formaggi puzzolenti (che adoro) e girovagando fra le rustiche casette alsaziane di Riquewihr in un quadro completato da vigneti dormienti e nuvole rapide.

Quest’anno mi sono concesso le vacanze di Natale approfittando di una montagna di ore residue che andavano consumate con una certa urgenza ed ho quindi iniziato l’anno con una verve leggermente al di sopra della media. Il 3 gennaio, primo giorno lavorativo del 2018, ero un’oasi di calma immersa in uno specchio baciato dal tiepido sole del nostro inverno, che è decisamente meno aggressivo di quello centroeuropeo che avevo appena assaggiato. Il 4 iniziavano ad andare a marce forzate verso le buone donne i primi buoni propositi di totale impermeabilità emotiva ai clienti ed al mondo di frodi, sotterfugi tariffari e bisogni indotti che ne agita i sonni. Nelle prime due ore di lavoro del 5 riprendevo a gesticolare nervosamente durante le conversazioni, nella pausa mi aggrappavo all’ e-book sulla vita di Johan Cruyff per tenere la mente in armonia col mondo, ma a fine turno ero già di nuovo con la spia accesa a cercare sul cellulare pacchetti vacanze per il Giappone o per il sudamerica. Empiricamente ho quindi dimostrato che bastano tre giorni per annullare i benefici di un periodo di disintossicazione. Fu lo stesso dopo il mio ben più lungo viaggio in Islanda che pure contribuì sensibilmente a corroborare i miei livelli di resilienza…

I buoni propositi però resistono ed uno di questi riguarda il mettere a frutto una delle letture che mi ha accompagnato durante la settimana di vacanza, “Meditazione per chi ha fretta” di Osho, un personaggio che ho sempre reputato un guru da supermercato ma che ho in buona parte rivalutato (del resto anche io posso cambiare idea….)

Val la pena di provare tutto pur di superare indenne un altro anno di call center inbound, l’ennesimo che non sarà l’ultimo, iniziando col gibberish e con la respirazione ventrale (il primo è divertentissimo e direi pure molto rilassante) sperando che la prossima “manovrina tariffaria” non richieda nuove e più probanti sperimentazioni.