La dolce utopia della remigrazione

Nel post precedente ho accennato al mio avvicinamento alle filosofie orientali, processo non nato di punto in bianco, ma scaturito da un lavoro introspettivo che sto svolgendo da un po’ nell’ottica di un percorso personale di costante crescita mentale e spirituale. Non sono tipo da rinchiudermi nel recinto di una dottrina ben precisa (l’unica in cui mi riconosco è quella, molto generica, del panteismo naturalistico), ma riconosco senza troppi dubbi che correnti come il buddhismo e lo shintoismo sono  molto più sagge di quelle religioni monoteistiche che hanno il solo fine di imprigionare l’uomo e le sue possibilità evolutive allontanandolo inesorabilmente dalla dimensione naturale e dalle logiche primordiali che sono alla base dell’esistenza nostra come di ogni altro essere vivente.

Mi concedo questa divagazione iniziale per introdurre un accenno a quello che è uno dei miei pensieri costanti più nobili e rasserenanti che, come tale, utilizzo come calmante prima del sonno o in quei momenti di particolare agitazione che richiedono brevi ed “artigianali” pause meditative: la remigrazione.

In periodo pre-elettorale tale termine può non risultare nuovo a chi non si limita ai dibattiti televisivi approfondendo la propria informazione politica anche oltre gli steccati che separano gli schieramenti “politicamente corretti” da quelli che almeno a parole si battono ancora per termini ahinoi obsoleti come radici, identità, popoli e nazioni.

“Remigrazione” è il fenomeno opposto a quello che sta annientando tali componenti attraverso i moti innescati dalla cosiddetta globalizzazione. Sarebbe un’utopia, vero, come la ricomposizione di un puzzle di cui abbiamo ritrovato dopo anni le tessere sparse in soffitta fra mille altre cose. Eppure riabbracciando i suoi figli perduti il nostro paese ritroverebbe energie e saperi corroborati da utili esperienze e soprattutto da un sentimento di appartenenza accresciuto dal cimento della distanza forzata. Cosa potrebbero diventare i nostri borghi ed i paesini dell’entroterra, oggi condannati a morte lenta grazie ad uno spopolamento costante che li sta rendendo simili a quelle tristi bomboniere chiuse in una boccia di vetro, se le giovani generazioni avessero la possibilità di tornarvi per farvi imprenditoria, artigianato o agricoltura in condizioni accettabili? E che impulso ritroverebbe la nostra economia distrutta da trenta e più anni di politiche certosine dettate dalle folli logiche del liberismo (e di conseguenza dalle mostruose creature sovranazionali che hanno reso dei meri re travicelli lo stato ed i suoi organi, vedi parlamenti o banche centrali), o magari quel settore turistico che stiamo svendendo e/o affidando a soprintendenti francesi e tedeschi a dispetto delle fiumane di laureati in discipline inerenti i beni culturali che produciamo annualmente?

Mi piace immaginare un’Italia restituita a quei milioni di suoi figli costretti alla fuga da esigenze lavorative (la maggioranza) o finanche dalla semplice ricerca di condizioni civiche, economiche, burocratiche, sociali più accettabili per un cittadino onesto e virtuoso. L’assunto che oggi i migliori se ne vadano, e parlano le statistiche inerenti i laureati italiani diretti all’estero, venendo spesso e volentieri sostituiti da elementi allogeni senza né arte né parte è purtroppo un’amara realtà ben lungi dalla demagogia da campagna elettorale attribuita faziosamente ad alcune parti politiche “politicamente scorrette” da giornalisti, papi o sedicenti intellettuali.

Ma mi addolora ancor di più l’idea che molti di questi miei coetanei, laureati ed a volte persino dotati di ulteriori titoli, finiscano in suolo straniero a servire pizze e caffè (o meglio, quelli che all’estero chiamano tali) o, come una ragazza che conobbi in Svizzera l’estate scorsa, a lavare gli androni dei condomini mitteleuropei. Fiumi di talento e di saperi prodotti e perfezionati in Italia (peraltro con un costo) finiscono in Germania, Inghilterra, Svizzera, Stati Uniti, Belgio a svolgere lavori sicuramente dignitosissimi (e lo dico cedendo anch’io al politicamente corretto…), ma, e qui faccio marcia indietro tornando me stesso, mortificanti per chi ha studiato, quindi investito, per fare altro.

Certo, ci sono anche coloro che ce l’hanno fatta riuscendo a ritagliarsi un lavoro realmente in linea con le proprie aspirazioni e competenze e magari alcuni di essi sono anche ben lieti di dove sono e della vita che hanno costruito in quel loco. C’è insomma chi tornerebbe e chi invece non lo farebbe neanche al cospetto di un’Italia risorta; in entrambi i casi possiamo comunque parlare di un capitale perso appannaggio di un altro paese, magari uno i cui rappresentanti politici vanno poi dicendo in sede istituzionale che dilapidiamo i soldi in alcol e donne…

In ogni modo la fantasia di restituire l’Italia, un’Italia logicamente diversa da questa, a coloro che vivono lontano dalle nostre miserie e, viva Dio, dalle nostre ancora sopravviventi eccellenze e che ne sentono la nostalgia ha il potere di assopire per qualche istante i fuochi del mio animo inquieto e ribelle. E la convinzione, amara ma “elevata” che ne deriva è che in un siffatto contesto anche noi resistenti, rimasti qui a dispetto di tutto faremmo a pieno diritto la nostra parte in quella che sarebbe una sicura, reale e maestosa rinascita territoriale.

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Anno nuovo, vita vecchia e nuovi propositi

Una settimana nei boschi della Lorena, fra passeggiate, birdwatching e tanta neve, mangiando formaggi puzzolenti (che adoro) e girovagando fra le rustiche casette alsaziane di Riquewihr in un quadro completato da vigneti dormienti e nuvole rapide.

Quest’anno mi sono concesso le vacanze di Natale approfittando di una montagna di ore residue che andavano consumate con una certa urgenza ed ho quindi iniziato l’anno con una verve leggermente al di sopra della media. Il 3 gennaio, primo giorno lavorativo del 2018, ero un’oasi di calma immersa in uno specchio baciato dal tiepido sole del nostro inverno, che è decisamente meno aggressivo di quello centroeuropeo che avevo appena assaggiato. Il 4 iniziavano ad andare a marce forzate verso le buone donne i primi buoni propositi di totale impermeabilità emotiva ai clienti ed al mondo di frodi, sotterfugi tariffari e bisogni indotti che ne agita i sonni. Nelle prime due ore di lavoro del 5 riprendevo a gesticolare nervosamente durante le conversazioni, nella pausa mi aggrappavo all’ e-book sulla vita di Johan Cruyff per tenere la mente in armonia col mondo, ma a fine turno ero già di nuovo con la spia accesa a cercare sul cellulare pacchetti vacanze per il Giappone o per il sudamerica. Empiricamente ho quindi dimostrato che bastano tre giorni per annullare i benefici di un periodo di disintossicazione. Fu lo stesso dopo il mio ben più lungo viaggio in Islanda che pure contribuì sensibilmente a corroborare i miei livelli di resilienza…

I buoni propositi però resistono ed uno di questi riguarda il mettere a frutto una delle letture che mi ha accompagnato durante la settimana di vacanza, “Meditazione per chi ha fretta” di Osho, un personaggio che ho sempre reputato un guru da supermercato ma che ho in buona parte rivalutato (del resto anche io posso cambiare idea….)

Val la pena di provare tutto pur di superare indenne un altro anno di call center inbound, l’ennesimo che non sarà l’ultimo, iniziando col gibberish e con la respirazione ventrale (il primo è divertentissimo e direi pure molto rilassante) sperando che la prossima “manovrina tariffaria” non richieda nuove e più probanti sperimentazioni.

Vendite telefoniche ingannevoli. A natale siate tutti più…furbi!

La macchina dei call center specializzati nell’inganno telefonico non conosce festività. E’ infatti in atto un’offensiva da parte degli oramai soliti noti “pirati” del telemarketing che si spacciano per la vostra azienda telefonica millantando variazioni contrattuali e cambiamenti repentini inerenti il vostro piano tariffario. Tutto ovviamente falso!

Si confida nell’ingenuità dell’anziano e nella latente iracondia del cliente medio la cui fiducia è minata dalla fatturazione a 28 giorni. Il tutto con l’intento di indurre il malcapitato a cambiare gestore telefonico senza logicamente informarlo minimamente dell’eventuale presenza di penali e costi di cessazione. Anzi, sovente l’utente non è informato nemmeno del fatto che cambierebbe gestore e deve intuirlo con un minimo di sale in zucca; del resto la frode è talmente grossolana che il non accorgersi di essa rende l’utente parimenti colpevole per manifesta ingenuità.

“Siamo dell’azienda X, sa che da oggi aumenta il suo contratto? Ha tempo fino a dopodomani per cambiare gestore”

“Ma come? Ma davvero? Mi avete stufato, mi farò sentire, cambierà gest…”

“Si calmi, abbiamo la soluzione per lei. Le passo l’Ufficio per la trasparenza ecc ecc e vediamo cosa possiamo fare per lei!”

“Pronto! Sa che l’azienda Y ha un’offerta promozionale valida fino a domani?”

E qui casca l’asino (che a volte è proprio il cliente) con un saggio di “bravura” che fonde la perfidia diabolica dell’imbroglione da Totòtruffa con l’arte del “finoadomanisoloperlei” da consumato venditore televisivo. La cosa divertente, se non ci fosse da piangere, è che mi è stato riportato di venditori telefonici che sono riusciti a spacciarsi per il servizio clienti dell’azienda X (la vittima)  inducendo il cliente a richiamarlo per avere le dovute conferme, ma non riagganciando la chiamata in modo da restare in linea e fingere di rispondere dall’altra parte non appena il cliente digitava il numero di assistenza commerciale del suo gestore.

Il lettore dotato di un minimo di furbizia si starà chiedendo come sia possibile non accorgersi di un marchingegno tanto grossolano, eppure vi assicuro che c’è chi ci è cascato; lo dimostra d’altronde il fatto che tale approccio dura da più di sei mesi a dispetto delle contromisure penali che l’azienda vittima avrà sicuramente applicato.

Dunque, a Natale siate tutti più buoni, ma soprattutto fatevi furbi perché gli aiutanti di Babbo Natale non conoscono il significato della parola outbound. O almeno non ancora.

Il dramma colossale e silenzioso dell’emigrazione di chi realmente fugge dalla guerra, quella italiana del lavoro e delle mancate opportunità

Secondo un rapporto Svimez negli ultimi dieci anni sarebbero 200.000 i laureati che hanno abbandonato il sud Italia per cercare lavoro altrove. Questo dato, purtroppo più che attendibile e sempre più non circoscritto al sud, è ancor di più allucinante se lo consideriamo come cartina di tornasole di un vero fenomeno di sostituzione etnica che entro circa mezzo secolo vedrà preponderare a meridione entità verosimilmente allogene che si divideranno la torta con quel ristretto circolo di ingordi neofeudatari che tramandano di padre in figlio il diritto incontrastato al godimento ed alla distribuzione di terra, lavoro, pubblici uffici.

Il novero delle persone che oggi coesistono e resistono tirando a campare si sta quindi sempre più assottigliando. Essi appaiono al tempo stesso come perdenti nostalgici ed epici eroi, condannati alla mediocrità esistenziale, ma rivoluzionari nella loro strenua difesa di quelle radici che la società moderna tenta in tutti i modi di estirpare avvalendosi dei mefitici mantra della flessibilità e del mondo globale e multietnico in cui tutti sono cittadini di tutto, i muri sono da abbattere ed i cattivi siamo sempre noi.

Questa filosofia nichilista e materialista viene inoculata nei giovani con svariati mezzi fra cui il famigerato Erasmus, uno zuccherino di un semestre di (poco) studio e di (molta) trasgressione rigorosamente a spese altrui (papi) che ha scolpito nel loro subconscio la convinzione che tutto il mondo può essere patria e che i luoghi natii vanno riservati al massimo alle visite di Natale o Pasqua, periodi considerati non come ricorrenze tradizionali (non sia mai che gli allogeni si offendano!) bensì come occasioni per alimentare la macchina consumistica.

Ci vogliono anglofoni, universali, sempre con una valigia pronta e senza nostalgie per ciò che si lascia perché la nostalgia non è produttiva ed agli affetti familiari ci pensano Skype e gli aerei a basso costo da prendere per le vacanze o per correre al capezzale di un nostro caro. Ed in caso di nostalgie meno nobili come quelle culinarie in qualsiasi angolo d’Europa troveremo sicuramente chi ci prepara una pizza “marguerita” fatta col formaggio filante o un supermercato che ci venderà dell’ottima “mozarella” di bufala (e per bufala intendiamo il nome…)

C’è ancora chi resiste dicevamo.  E lo fa aggrappandosi agli ultimi barlumi dell’effimero benessere delle generazioni che ci hanno preceduto, le stesse che non a totale torto qualcuno reputa colpevoli delle attuali miserie (ma la storia è ciclica, non poteva che essere così). Esse pagano il proprio debito lasciandoci le ultime riserve, risparmi che hanno alimentato le nostre illusioni universitarie e che ci permettono di integrare magri stipendi o di metter su una famiglia le cui evoluzioni future sono racchiuse in un punto interrogativo di proporzioni colossali. In tanti ringraziano genitori e nonni per un tetto o per quella pensione che, laddove sufficiente, consente di sorreggere esperimenti di vita familiare a dispetto di situazioni lavorative tutt’altro che stabili. Tutto questo però è destinato a finire con il progressivo ed inesorabile incedere del tempo. I nonni e i genitori della nostra generazione, quei nati dagli anni 20 agli anni 60 (prima dell’ondata sessantottina…sarà un caso?) diminuiranno sempre più di pari passo con le loro risorse. E parallelamente si incrementerà il già incalzante movimento centrifugo di  ragazzi respinti da un mondo del lavoro sempre più insidioso e selettivo e dallo spopolamento di borghi, paesi e medie città, entità spaziali che offrono sempre meno.  Queste braccia e menti malgrado titoli e specializzazioni conquistati con anni di sacrifici si dirigono e si dirigeranno sempre più verso i caffè e le pizzerie delle grandi capitali europee o, nel migliore dei casi, verso le ultimissime posizioni lavorative disponibili nel nord Italia o in qualche studio o centro di ricerca della mitteleuropa.

Va poi considerato un fattore antropologico non di poco conto: l’eccesso di laureati.

Dopo il ’68 l’università è passata dall’essere un cimento in grado di selezionare e formare la futura classe dirigente ed i grandi professionisti in un emporio di titoli ed illusioni aperto a chiunque, in primis a coloro che pur non avendo uno straccio di talento o di vocazione vi si riversano spinti dall’ormai superato mito della laurea come lasciapassare per una vita lavorativa prestigiosa e remunerativa. Il risparmio accumulato dai nostri genitori finanzia studi per decine di migliaia di euro procapite in nome di questo mito generato dallo stesso mercato che sapeva di creare masse di illusi che avrebbero ingolfato il mercato del lavoro lasciando nel contempo sguarniti quei settori considerati umili, faticosi, sporchi come agricoltura, artigianato, lavori manuali spazianti dall’idraulica al facchinaggio. Il risultato è che le università  sfornano continuamente profili in eccesso rispetto alla domanda specifica. Abbiamo fiumane di umanisti, di storici dell’arte, di sociologi, in un’epoca in cui le arti del trivio sono considerate alla stregua di grammofoni in una discoteca, medici, avvocati e architetti in quantità decine di volte superiori al fabbisogno, il tutto attraverso vagonate di soldi buttati (quindi rimessi in circolo dopo la giacenza “improduttiva” sotto forma di risparmio) per creare profili iper-specializzati in qualcosa per cui il mercato richiede un numero di maestranze ristretto e spesso selezionato attraverso canali diciamo secondari.

Gli unici reali beneficiari di ciò sono le boutique dell’illusione, i masterifici, le scuole di ultraspecializzazione, quindi ancora una volta il mercato, lo stesso mercato che ha desertificato la piccola e media impresa e la piccola agricoltura, che scoraggia l’artigianato, che ha spinto l’industria verso paesi meno costosi sostituendola con una costellazione di pizzerie, centri commerciali, catene di ristorazione dove un laureato in psicologia, legge o scienze politiche può utilizzare pizze per il test di Rorschach, portare hamburger brevi manu nell’ufficio vicino o spiegare con l’ausilio di tazzine e cucchiaino le forme di governo platoniche al cliente che sorseggia il suo frappuccino

Il terziario, l’informatica, la comunicazione, il mefitico “marketing” sono i nuovi settori trainanti, ben poco radicati al territorio e quindi richiedenti, oltre che la totale devozione alle sottili e subdole logiche del mercato, altrettanta flessibilità spaziale e temporale.

Venendo al nostro caso, nell’anemico sud già di suo poco votato all’industria e nella cui economia l’agricoltura, l’artigianato ed il piccolo commercio costituivano i settori di punta (eufemismo) tale fenomeno ha avuto la forza di un ciclone. Esistono borghi e paesi in cui l’età media cresce sempre più, in ampie fette semi-rurali di territorio la vita langue fra pensionati che discutono al bar e locali destinati al piccolo commercio puntualmente messi in vendita dopo l’ennesima esperienza fallita. Gli uffici anagrafici dei nostri comuni subiscono una continua emorragia di nati dagli anni 70 in poi, fantasmi per 350 giorni all’anno che ritrovano le proprie sembianze nei treni, negli autobus o negli aerei che solcano l’Italia nel periodo natalizio. Legami familiari spezzati, radici violentate e lanciate nel vento, professionalità mortificate e vendute al miglior, pardon, al primo offerente.

Osservo tale lento e inesorabile deperimento con una rabbia ed un’impotenza sconfinate vivendo nel contempo un continuo e lacerante conflitto interiore fra il mio io resistente e quello che cerca una soluzione migliorativa al mio lavoro psicologicamente massacrante e, mi si consenta, intellettualmente mortificante.  Entrambi in fondo sono sognatori e pragmatici al tempo stesso perché entrambe le strade hanno dei pro e dei contro di dimensioni colossali. Nel primo caso resto vicino alla mia famiglia e mi tengo stretto un lavoro comunque stabile che mi prende “solo” 30 ore alla settimana ed in cui sopravvivono premi, tredicesime e qualche piccolo benefit a costo di un’attività mentalmente devastante e della condanna a vivere in una città avente i deficit civici tipicamente meridionali. Nel secondo potrei assurgere ad una vita migliore in fatto di servizi al cittadino ed igiene di vita, ma alla mia età (36 anni) e con un titolo di studio umanistico che speranza avrei di trovare un lavoro in grado di darmi le medesime sicurezze economiche che sia al tempo stesso più appagante e meno stressante?

L’empasse continua e mi preclude ad oggi la pianificazione di un futuro evolutivo (matrimonio, figli, casa) pur lasciandomi il gusto agrodolce della sottile valenza rivoluzionaria del non volersi rassegnare ad uno sradicamento indotto e strumentale ad abiette logiche di potere.  La nostra terra potenzialmente paradisiaca nella sua materna generosità agricola, paesaggistica e climatica ed in quell’empatia scolpita indelebilmente nei suoi geni offre sempre meno, ma quel poco che resta continua ad essere meritevole di tutte le rinunce del mondo e lo dico con una consapevolezza lucida e folle, quella che mi porta a rendermi conto del fatto che l’opera di distruzione perpetrata in “joint venture” fra noi, spesso civicamente pessimi, e chi pianifica a tavolino degradi e movimenti sta oramai per raggiungere il suo scopo e che quindi presto anche gli ultimi impavidi dovranno pragmaticamente alzare bandiera bianca se vogliono investire nel proprio futuro (vedasi figli) con responsabilità e lungimiranza.

E’ una resa amara, così come è amaro il leggere frottole inerenti fughe da guerre che non esistono. La vera guerra è qui, nel mercato libero che ci ha riportati alla legge della giungla ed al nomadismo coatto, dove tradizioni, eccellenze ed inclinazioni sono spazzatura e dove il libero pensiero è sedizione.

Perdete ogni speranza voi ch’entrate e che restate, e fate altrettanto voi ch’uscite per andare a vivere per lavorare sotto un cielo straniero.

Resistenza passiva. L’unico mezzo di difesa contro il telemarketing

Inizio questo pezzo bruscamente, con lo stesso tenore di una telefonata o di una scampanellata ad ora di pranzo. Parlerò di quella che a mio parere è la vera pirateria dei giorni nostri: il telemarketing, ergo l’arte del piazzare qualcosa di cui in quel momento non hai bisogno.

Fatto questo preambolo che troverà verosimilmente consensi bulgari vorrei approfondire la mia considerazione sul fenomeno trovandovi innanzitutto una collocazione filosofico-sociale prima di dare più pragmaticamente qualche dritta a chi è esasperato da queste puntuali invasioni della propria sfera privata.

Negli ultimi anni le telefonate promozionali hanno infatti conosciuto una crescita galoppante, complici la facilità di accesso ai recapiti dei clienti e soprattutto lo sviluppo di traffici neanche troppo sotterranei di dati sensibili che in alcuni casi permettono “misteriosamente” a talune agenzie di vendita di conoscere dati personali e finanche contrattuali inerentemente ad utenze esistenti legate ad aziende concorrenti. E si, perché se così non fosse qualcuno dovrebbe pur spiegarmi come sia possibile che il mio numero di cellulare associato alla mia utenza telefonica fissa venga contattato da piattaforme televisive o da aziende di telefonia con cui non ho MAI avuto rapporti contrattuali! O come possa accadere che un utente venga contattato sul numero di telefono attivato da pochi mesi pur non comparendo nell’elenco telefonico e pur avendo negato qualsivoglia consenso pubblicitario con tanto di iscrizione al celebre quanto inutile “Registro delle opposizioni“.

Già, il registro.

Tempo addietro mi raccontarono che alcuni venditori telefonici ridacchiavano grassamente quando dall’altra parte del filo la loro preda rimarcava l’illiceità della chiamata adducendo l’iscrizione a tale registro che, almeno sulla carta, autorizzerebbe il cliente contattato a dispetto della stessa a segnalare ora ed autore della chiamata pubblicitaria nientepopodimeno che al Garante della Privacy. Siamo pur sempre in Italia e siamo pur sempre ai tempi del mercato libero e sovrano dove cercare in ogni dove clienti è una missione apostolica che permette di alimentare in perpetuo quell’insaziabile Minotauro che invoca continuamente “crescita”, masticando “profitti” e sputando tutto ciò che non è quantificabile in moneta sonante.

E’ per questo che mai nessuno si sognerà di frenare seriamente il fenomeno della pubblicità telefonica (viva Dio ce l’ho fatta a trovare un corrispettivo italiano di “telemarketing”, odioso anglicismo come tanti nel settore), che anzi finirà per diversificarsi magari giungendo, come già accade in Francia, a proporre ad un’anziana signora coniugata di “cautelarsi con una polizza sulla vita del marito” perché, come diciamo a Napoli, siamo pur sempre “sotto ai capricci del cielo” e del futuro.

E se il mercato è divenuto la vera religione della modernità con tanto di celebrazioni (Black Friday, aperture saldi e affini), agiografie (Steve Jobs), seminari (facoltà di marketing e masterifici vari), marchi-icone e messali vari i venditori a caccia di provvigione e di clienti ben disposti non sono molto diversi dai predicatori che infilano il domenicale sotto alla porta o il volantino che invita alla conversione nella cassetta delle lettere. In fondo anche loro vogliono convincere il prossimo  che il proprio dio è migliore di quello altrui e ricordarti che puoi accedere al sacramento acquistando un frigorifero nuovo in comode rate o fiondandoti al supermercato a due passi da casa che ha in promozione i medaglioni di pollo.

Questa divagazione vagamente teosofica serva a spiegare in termini storico-sociali il perché del radicamento del fenomeno delle telefonate commerciali e, di riflesso, l’impossibilità di successo di una strategia di difesa improntata sul “fare” (iscriversi a fantomatici registri, denunciare, sfanculare). Siamo oggettivamente inermi, legati peraltro a doppio filo ad un sistema che funziona chiedendoci continuamente in cambio dati personali e che ci ha resi schiavi di un mondo, il web, dove come Pollicino lasciamo tracce di ogni nostro passo permettendo a chi di dovere di profilarci per scopi pubblicitari tramite la conoscenza a menadito delle nostre idee, dei nostri gusti, delle nostre patologie, perfino delle nostre paure.

Se uscire del tutto da questo subdolo circuito in cui ci muoviamo consapevolmente è ad oggi francamente impossibile ci restano tuttavia piccoli mezzi di difesa passiva, un non fare gandhiano che può quantomeno limitare le invasioni dirette della nostra sfera privata. Se la pubblicità mirata dei cookies può essere un sacrificio a volte degno dei benefici che l’uso intelligente del mezzo internet apporta alle nostre vite (basti il non cercare su Google info su manette sadomaso o alberghi ad ore se tipo condividiamo il computer con nostra moglie o con nostra madre) essere molestati sul fisso o sul cellulare mentre pranziamo o lavoriamo o scampanellati da arroganti pinguini armati di cartellina e vestiti da capo a piedi di prosopopea che annunciano farloccamente “informazioni urgenti inerenti i nostri contratti” è veramente intollerabile se consideriamo che ti viene chiesto di contrattare in un momento in cui potresti essere a tavola (probabile viste le ore preferite da costoro), a letto, a lavoro, sulla tazza, sotto la doccia, in intimità col partner, ad un funerale (ed è successo),  in uno studio medico, con le mani nell’impasto della pizza, in meditazione zen ecc…ecc…

Va poi considerato il retroterra di questo sistema che schiavizza e sottopaga giovani esasperati dall’assenza di lavori veri e gratificanti mortificando professionalità e talenti lanciati in una giungla ostile in cui l’unica tecnica di sopravvivenza è estorcere un contatto evitando di farsi riagganciare o mandare a quel paese (il che succede quasi sempre) per poi, in quei pochi casi di superamento del primo sbarramento, riuscire disperatamente a guadagnare la fiducia dell’interlocutore appioppandogli il prodotto/servizio o guadagnandosi quantomeno i tempi supplementari con la concessione di un secondo appuntamento post riflessione. Privacy a parte credo che questo sistema vada scoraggiato innanzitutto per questo. Al posto di quei disperati che per restare competitivi si ritrovano a volte anche costretti a ingannare pur di portarsi il contratto a casa potrei esserci tranquillamente io, un mio caro o chi sta leggendo questo post.

E’ un sistema folle, violento nella sua genesi e nella sua realizzazione. Non c’è dubbio che vi siano dei venditori coscienziosi che non piazzano modem ad ottantenni, che non rubacchiano i codici contratto dalle cassette delle lettere o che non mentano sulle condizioni contrattuali proposte, ma ciò non toglie che l’atto in sé di snidare il cliente come se fosse un’ape da affumicare è a mio avviso un saggio di assoluta inopportunità e, me lo si lasci dire, di vera e propria violenza.

La soluzione che suggerisco, che poi è anche la chiosa conclusiva di questo mio intervento, è il totale rifiuto del contatto. Non rispondete, rendete completamente infruttuose tali attività; si stancheranno prima o poi di pagare non dico gli addetti (per amor di Dio, magari!), ma spese di elettricità ed allacci utili a chiamare a raffica o ad istruire ragazzi mandati (spesso a spese proprie) nei condomini a caccia di interlocutori.

Se sui cellulari è possibile bloccare o comunque visualizzare numeri sconosciuti sulle utenze telefoniche domestiche si può reagire staccando il telefono fisso, tanto oramai per le urgenze i cellulari sono ben più utili e performanti. E se proprio volete tenerlo con un visualizzatore del numero chiamante potrete sempre non rispondere senza cedere ad inutili ansie del tipo “chi sarà mai che mi chiama da un privato o da uno 02 o da uno 06 visto che vivo a Trapani, Napoli o Casalpusterlengo?”.

E’ questo il consiglio che do ai tanti clienti che mi chiedono da anni come difendersi dalle chiamate pubblicitarie aggressive. E vi dirò anche un’altra cosa: lavorate su voi stessi e cercate ogni giorno di più di fare un passettino più in là da questo mercato che ci considera consumatori prima che uomini fregandosene della nostra sfera privata e  volendoci morti quando non è più in grado di mungerci (non prima di averci spremuto altri soldi per interrarci, si capisce). Perché senza il nostro contributo quel Minotauro muore ed i tanti giovani ad esso sacrificati, forse, torneranno ad avere un giorno il diritto di vivere dei propri talenti e dei propri sogni.

Il “mistero atavico” della caduta linea e la logica dello scaricabarile

Chi svolge il nostro lavoro ha imparato a percepire l’insidiosità della telefonata dai primi cinque secondi della conversazione, cioè da come il cliente si approccia alla stessa. Quasi sempre questo tempo permette infatti di comprendere se dall’altra parte del filo vi sia qualcuno che elemosina sconti, che reclama o che semplicemente necessita di semplici informazioni consentendo quindi all’operatore di settare adeguatamente il tono e la gestione della chiamata.

Ma fra le varie sotto-casistiche ve n’è una particolarmente fastidiosa: quella in cui la frase d’esordio è la fatidica “stavo parlando con un suo collega quando la linea è andata via /non ho sentito  più nulla/ecc…”. Quel quando è infatti prodromo di sicure paturnie ed indicatore del fatto di essere stati preceduti da uno di quei colleghi “parassiti” che usano rifugiarsi nell’attesa perpetua o nella caduta linea non appena percepiscono che il cliente è particolarmente incazzato o finanche intenzionato a cessare o cambiare gestore qualora non gli si proponga qualcosa di eccezionalmente scontato (quindi di non fruttuoso in termini di bottino di vendita).

In quei momenti l’operatore ligio al dovere si rende conto di ritrovarsi alle prese con un carico che spettava a qualcun altro che, evidentemente nascosto dietro alle tutele (vere o presunte) offerte dai limiti al controllo a distanza sugli operatori, decide di scaricare l’operatività sul fesso che risponderà quando dopo pochi minuti il cliente ritelefonerà con  moltiplicato fervore.

A caldo, non potendo fracassare la tastiera del pc nelle gengive del collega, la tentazione maggiore è quella di rendere partecipe il cliente dell’origine dolosa della caduta linea (convinzione che il cliente spesso esterna senza peli sulla lingua) anche perché, e posso testimoniarlo statistiche alla mano, nove volte su dieci le cadute linea comunicate dai clienti riguardano puntualmente chiamate di reclamo e, guarda caso, quasi mai richieste di attivazione o semplici informazioni. Ma pur volendo fregarsene altamente del dettame deontologico del “non parlar male del collega”, puntualmente sottolineato dai supervisor che pure sono al corrente dell’esistenza di tali comportamenti, l’esternare acredine porterebbe il cliente a perdere inevitabilmente fiducia anche verso il nostro operato con inevitabili contestuali ricadute in termini di immagine aziendale (voce peraltro votabile nel sondaggio telefonico che il cliente può ricevere dopo la chiamata). Nel momento in cui ciò dovesse accadere il sondaggio negativo piomberebbe sulla nostra testa e non su quella del cazzone mascherato ed il supervisor potrebbe serenamente risalire al nostro operato (ripeto, il NOSTRO) sia dalle note della chiamata (che noi, seri e ligi al dovere, abbiamo tracciato, magari menzionando l’accaduto) sia richiamando il cliente stesso per chiedergli i motivi della sua votazione. Un po’ come accade nella vita reale, insomma, dove il cittadino modello paga di tasca propria opere e omissioni del criminale/nullafacente/evasore/parassita sociale.

Ed anche in questo caso abbassare la testa e prendersi in groppa il lavoro altrui è l’unico modo per preservare il quieto vivere professionale tenendo anche conto della non dimostrabilità dell’accusa  e, di riflesso, dei possibili, seppur improbabili, risvolti di un’eventuale nota operativa testimoniante la dolosità del comportamento.

Rebus sic stantibus l’istinto di sopravvivenza mi ha spinto ad astrarmi il più possibile da una partecipazione emotiva che mi ha portato per anni marciumi epatici (figli anche della mia immedesimazione col cliente pensando che potrebbe accadermi qualcosa di simile laddove dovessi trovarmi nelle sue vesti). La logica conseguenza, non volendo adeguarsi a simili meccanismi, è stata l’adozione di una tecnica in grado di salvare capra (i sondaggi) e cavoli (una possibilissima chiamata-fiume capace di allungare all’inverosimile i  miei tempi di conversazione), oltre che la mia salute nervosa.

Mentre il cliente è ancora all’intro della sua spiegazione le mie dita appena nettate da un gesto eloquentemente pilatesco già stanno digitando la pratica di reclamo pronta per essere inviata agli addetti del back office. “La farò richiamare”, punto, a meno che, cosa rara, non abbia le abilitazioni necessarie per risolvere il problema in linea; in tal caso, credendo alla legge del karma, risolverò la questione confidando di ritrovarmi ripagato nel futuro prossimo in caso di bisogno (accade quasi sempre, credetemi).

E pazienza se quasi sempre gli addetti ai reclami, soprattutto quelli stranieri, si comportano ancor più vergognosamente chiudendo la pratica senza gestirla o con scuse al limite del ridicolo atte a giustificare la non fondatezza della richiesta. Siamo in Italia e siamo nell’epoca del mercato-giungla dove la legge della sopravvivenza travalica ogni questione etica. Se l’umanità intera vive puntualmente a credito delle generazioni successive come possiamo pensare di scardinare questo meccanismo virulento trasposto, mutatis mutandis, nel microcosmo lavorativo (non solo il mio) ed in quella genetica tutta italiana secondo cui c’è sempre qualcuno a cui passare una patata che scotta?

La mia non è una scusa, bensì una resa. Non mi macchierò mai della colpa di scaricare i miei compiti sulle spalle altrui, ma di sicuro non posso permettermi di assorbire e lasciarmi devastare da problemi creati da chi invece non viaggia sullo stesso binario.

Restare umani è difficile in quest’epoca, ma ancora non impossibile come invece sta diventando l’essere idealisti.

E se in un’altra vita mi ipnotizzassero?

In questi ultimi giorni ho dato un’occhiata ad alcuni articoli inerenti il controverso tema dell’ipnosi regressiva, un metodo attraverso il quale alcuni psicoterapeuti riporterebbero a galla ricordi traumatici confinati alla sfera del subconscio che influenzerebbero la vita del paziente.

L’argomento è molto affascinante e logicamente genera accesi dibattiti nella comunità scientifica alla luce del fatto che molti di questi professionisti asseriscono che i ricordi riemersi in sede terapeutica possono riguardare anche vite precedenti. In altre parole un trauma vissuto in un’altra vita lascerebbe degli strascichi che si ripresenterebbero dopo le successive rinascite sotto forma di problemi più o meno seri di carattere psicologico costringendo la vittima a cercarne l’individuazione e la successiva rimozione forzata tramite la su citata via terapeutica.

Non avendo la minima preparazione in materia mi limito a documentarmi sull’argomento provando a capirne qualcosa in più. Da razionalista quale sono faccio francamente fatica a credere nella reincarnazione pur non nascondendo una certa simpatia verso la teoria karmica che mi ha spinto ad immaginare una vita futura alla prese con una fobia che possa riguardare caschi, cuffie, passamontagna e tutto ciò che finisca per solcare il mio cranio.

In quel mondo probabilmente algido e robottizzato l’induzione di uno stato ipnotico disegnerebbe sul mio volto un ghigno di sofferenza, spingerebbe le mie dita a dattiloscrivere nel vuoto decenni e decenni di password scolpite nel marmo del subconscio e, dopo aver ripreso un debito contegno, mi vedrebbe volto verso l’esaminatore pronto a recitare con fare professionale la formula risolutiva: buongiorno sono xxx, come posso aiutarla?